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Ernesto Che Guevara 41 Anniversario

8 Ottobre 2008 6 commenti

  

Una Rosa Rossa per il Che….

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Una rivoluzione che comincia

6 Ottobre 2008 28 commenti


 

Una rivoluzione che comincia
( Pubblicato in << O Cruzeiro >>,16 Giugno 1959)
Ernesto Che Guevara

La storia del colpo di mano militare che ebbe luogo il 10 ~ marzo 1952 – il golpe incruento diretto da Fulgencio Batista – non comincia, naturalmente, il giorno stesso dell’ammutina­mento. I suoi antecedenti bisognerebbe andare a cercarli molto indietro nella storia di Cuba: molto prima dell’intervento dell’ambasciatore nordamericano Summer Welles (1933), molto prima ancora dell’Emendamento Platt (1901), molto prima dello sbarco dell’eroe Narciso Lopez, inviato diretto degli annessionisti americani, fino ad arrivare alla radice del problema ai tempi di John Quincy Adams, che al principio del XIX secolo diede inizio a quella che sarebbe poi stata la costante politica del suo Paese nei confronti di Cuba, una mela che staccata dalla Spagna, doveva fatalmente cadere nella mano  dello Zio Sam. E questi sono anelli di una lunga catena Di  aggressioni non solo dirette contro Cuba, ma contro tutto il continente.

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Incontro con Aleida Guevara_Nuoro_Sardegna

23 Aprile 2008 18 commenti

(Prima Parte)

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(Seconda Parte)

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Discorso pronunciato da Fidel Castro . . .

19 Febbraio 2008 17 commenti


 

Discorso pronunciato da Fidel Castro durante la veglia solenne in memoria del comandante Ernesto Che Guevara in Plaza de la Revolución il 18 Ottobre 1967.

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Discorso Ernesto Che Guevara

16 Gennaio 2008 6 commenti


Discorso che Ernesto Che Guevara pronunciò durante la cerimonia
in onore di Josè Martì organizzata dall’Associazione dei Giovani Ribelli ,
il 28 gennaio 1960.

 

Josè Martì

Discorso che Ernesto Che Guevara pronunciò durante la cerimonia in onore di Josè Martì organizzata dall’Associazione dei Giovani Ribelli , il 28 gennaio 1960.

Cari compagni , bambini e adolescenti di oggi , uomini e donne di domani, eroi di domani ; eroi , se sarà il caso , nei rigori della lotta armata; eroi , altrimenti , nella costruzione pacifica della nostra nazione sovrana.
Oggi è un giorno davvero particolare , una giornata che invita alla conversazione intima tra noi , che in qualche modo abbiamo contribuito con uno sforzo diretto alla Rivoluzione , e tutti voi.
Oggi si compie un altro anniversario della nascita di Josè Martì , e prima di entrare in argomento voglio premettere una cosa . Ho sentito qualche minuto fa : << Viva il Che Guevara!>> ma nessuno di voi è venuto in mente di gridare : << Viva Martì! >> E questo non va bene…
E non va bene per molte ragioni . Perché prima che nascesse il Che Guevara e tutti gli uomini che oggi hanno lottato , che hanno comandato come lui ha comandato , prima che nascesse tutta questa spinta liberatrice del popolo cubano , Martì era nato , aveva sofferto ed era morto sugli altari dell’ideale che oggi stiamo realizzando.
Di più : Martì fu il mentore diretto della nostra Rivoluzione , l’uomo alla cui parola bisognava sempre ricorrere per interpretare i fenomeni storici che stavamo vivendo , l’uomo la cui parola e il cui esempio bisognava ricordare ogni volta che si voleva dire o fare qualcosa di importante in questa patria … perché Josè Martì è molto più che cubano : è americano , appartiene a tutti i venti Paesi del nostro continente e la sua voce viene ascoltata e rispettata non soltanto qui a Cuba ma in tutta l’America.
E’ toccato a noi l’onore di rendere viva la parola di Josè Martì nella sua patria, nel luogo in cui nacque. Ma ci sono molti modi di onorare Martì . Si può onorarlo celebrando religiosamente le festività che ogni anno indicano la data della sua nascita , o con la memoria del nefasto 19 maggio 1895 . Si può onorare Martì citando le sue frasi , frasi belle , frasi perfette , e inoltre , e soprattutto , frasi giuste . Ma si può e siu deve onorare Martì nel modo in cui avrebbe desiderato fosse fatto , quando diceva a pieni polmoni :
<< Il modo migliore di dire è fare >>.
Perciò noi abbiamo cercato di onorarlo facendo ciò che lui volle fare e che le circostanze politiche e le pallottole del colonialismo gli impedirono.
E non tutti , né molti – e forse nessuno – , possiamo essere Martì , ma tutti possiamo prendere esempio da Martì e cercare di seguire la sua strada nella misura delle nostre forze . Cercare di capirlo e di riviverlo con la nostra azione e la nostra condotta di oggi , perché quella guerra di indipendenza , quella lunga guerra di liberazione , ha avuto oggi la sua replica e ha avuto un gra numero di eroi modesti , ignoti , fuori dalle pagine della storia e che , tuttavia , hanno eseguito  perfettamente i precetti e i comandamenti dell’apostolo .
Voglio oggi presentarvi un ragazzo che forse molti di voi già conoscono , me fare una piccola storia di questi giorni difficili sulla Sierra .
Lo conoscete o non lo conoscete? E’ il comandante Joel Iglesias dell’Esercito Ribelle , e capo dell’Associazione dei Giovani Ribelli .
Adesso vi voglio spiegare per quali ragioni occupa questo posto e perché lo presento con orgoglio in un giorno come questo .
Il comandante Joel Iglesias ha diciassette anni . Quando arrivò alla Sierra ne aveva quindici . E quando me lo presentarono non volli ammetterlo perché era troppo bambino . In quel periodo avevo un sacco di caricatori di mitragliatrice – la mitragliatrice che usavo a quell’epoca – e nessuno se li voleva caricare in spalla . Gli venne affidato il compito e la prova di portare quel sacco per le asperità accidentate della Sierra Maestra . Il fatto che è qui significa che riuscì a portarlo . Ma v’è molto di più . Voi non avrete il tempo di accorgervi , giacché ha camminato molto poco , che zoppica da un piede ; non avete potuto vedere , non avete potuto neppure sentire , perché non vi ha salutato , che ha la voce roca e che si fatica a comprenderlo .
Voi non avete potuto vedere che ha nel corpo dieci cicatrici di proiettili nemici e che la sua raucedine , il suo glorioso zoppicare , sono ricordi dei proiettili nemici  , perché fu sempre in prima linea nel combattimento e nei posti di maggiore responsabilità .
Io ricordo che c’era  un soldato – che in seguito fu anche lui comandante – che è morto poco tempo fa per un tragico errore .
Quel comandante si chiamava Cristino Naranjo . Aveva circa quarant’anni  , e il tenente che lo comandava era il tenente Joel Iglesias  , di quindici anni . Cristino dava del tu a Joel , e Joel , che lo comandava , gli dava del lei .Tuttavia Cristino Naranjo non mancò mai di obbedire a un solo ordine , perché nel nostro Esercito Ribelle , seguendo gli orientamenti di Martì , non ci si curava né dell’età , né del passato , né dei trascorsi politici , né della religione , né dell’ideologia precedente di un combattente . Ci importavano i fatti di quel momento e la dedizione alla causa rivoluzionaria .
Noi sapevamo anche ,  grazie a Martì , che non importava il numero  di armi in mano , ma il numero di stelle sulla fronte . E Joel Iglesias , già a quell’epoca , era di quelli che avevano molte stelle sulla fronte  , non quella sola che oggi ha come comandante dell’esercito . Per questo ho voluto presentarvelo in un giorno come oggi , perché sappiate che l’Esercito Ribelle si preoccupa della gioventù e di dare alla gioventù che oggi si affaccia alla vita il migliore dei suoi uomini , il migliore dei suoi esempi di lotta e dei suoi esempi di lavoro . Perché crediamo che è così che si onora Martì .
Volevo dirvi molte altre cose come questa , oggi .
Volevo spiegarvi , affinché mi intendiate , affinché sentiate nel più profondo del cuore il perché di quella lotta in cui siamo passati con le armi alla mano , e di questa che oggi sosteniamo contro le potenze imperialiste , e che forse domani dovremo sostenere in campo economico , o anche sul campo di battaglia .
Tra tutte le frasi di Martì , ce n’è una che credo definisca come nessun’altra lo spirito dell’apostolo .
E’quella che dice :
<< Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque guancia di uomo>>.
Questo era , ed è ,l’Esercito Ribelle e la Rivoluzione cubana . Un esercito e una rivoluzione che sentono , nell’insieme e in ciascuno dei suoi compagni , l’affronto rappresentato dallo schiaffo dato a qualunque guancia di uomo in qualunque luogo della terra .
Si tratta di una Rivoluzione fatta per il popolo e mediante lo sforzo del popolo , nata dal basso , alimentata da operai e contadini , che ha richiesto il sacrificio di operai e contadini in tutti i campi e in tutte le città dell’isola . Ma che ha anche saputo ricordarli al momento della vittoria .
<< Con i poveri della terra voglio condividere la mia sorte >> , diceva Martì … e altrettanto , interpretando le sue parole , abbiamo fatto noi .
Siamo stati scelti dal popolo e siamo disposti a continuare , fin quando il popolo lo vorrà , a distruggere tutte le ingiustizie e a instaurare un nuovo ordine sociale .
Non abbiamo paura delle parole né delle accuse come non ne ebbe paura Martì . Come per quel 1° Maggio , credo nel 1872 , in cui parecchi eroi della classe operaia nordamericana donavano la propria vita per difenderla e per difendere i diritti del popolo. Martì indicava con coraggio ed emozione quella data , e colpiva frontalmente chi aveva leso i diritti umani facendo salire al patibolo i difensori della classe operaia . E quel 1 ° Maggio , che Martì sottolineava allora , è lo stesso che la classe operaia del mondo intero – salvo negli Stati Uniti  , dove hanno paura di ricordare quella data – , celebra tutti gli anni , e in tutte le capitali del mondo : e Martì fu il primo a sottolinearlo , come sempre era il primo a segnalare le ingiustizie . Così come si levò con i primi patrioti e come subì il carcere a quindici anni , e così come tutta la sua vita non fu nient’altro che una vita destinata al sacrificio , pensando al sacrificio e sapendo che il sacrificio suo era necessario alla realtà futura , a questa realtà rivoluzionaria che tutti voi oggi vivete .
Martì insegnò anche questo a noi.
Ci insegnò che un rivoluzionario e un uomo di governo non possono avere né gioie né vita privata , ma devono dedicare tutto al loro popolo , al popolo che li ha scelti e li ha assegnati a una posizione di responsabilità e di combattimento .
E anche quando noi dedichiamo tutte le ore possibili del giorno e della notte a lavorare per il nostro popolo , pensiamo a Martì e sentiamo di far rivivere il ricordo dell’apostolo …
Se da questa conve3rsazione tra voi e noi restasse qualcosa , se essa non sfumasse , come succede alle parole , mi piacerebbe che tutti nella giornata di oggi …pensassero a Martì .
Pensassero a lui come a una persona viva , non come a un dio né come a una cosa morta ma come a qualcosa che sia presente in ogni manifestazione di vita cubana , come in ogni manifestazione della vita cubana sono presenti la voce , l’andatura , i gesti  del nostro grande e mai abbastanza pianto compagno Camino Cienfuegos .Perchè gli eroi , compagni , gli eroi del popolo non possono essere separati dal popolo , non si possono trasformare in statue , in qualcosa che è fuori dalla vita di quel popolo al quale donarono la loro . L’eroe popolare deve essere una cosa viva e presente in ogni momento della storia di un popolo .
Così come voi ricordate il nostro Camino , così dovete ricordare Martì , il Martì che parla e che pensa oggi , col linguaggio di oggi , perché questo hanno di grande i grandi pensatori rivoluzionari : il loro linguaggio non invecchia . Le parole di Martì oggi non sono da museo , sono inserite nella nostra lotta  e sono il nostro emblema , sono la nostra bandiera di combattimento .
Questa è la mia raccomandazione finale : avvicinatevi a Martì senza timori , senza pensare di avvicinarvi a un dio , bensì a un uomo più grande degli altri uomini , più saggio e più pronto degli altri al sacrificio , e pensate che lo farete un poco rivivere ogni volta che penserete a lui , e molto lo fate rivivere ogni volta che agite come lui voleva che voi agiste .
Ricordatevi che fra tutti gli amori di Martì , il suo amore più grande era rivolto all’infanzia e alla gioventù , che a queste dedicò le sue pagine più tenere e commosse e molti anni della sua vita di lotte.
Per concludere , vi chiedo di congedarmi con un ; << Viva Martì >> , che è vivo.

Ernesto Che Guevara

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Lettera allo scrittore Ernesto Sabato

11 Dicembre 2007 54 commenti


   

Stimato compatriota: sono passati forse quasi quindici anni da quando conobbi un figlio suo, che ormai deve avere vent’anni,, e sua moglie, in quel luogo che mi sembra si chiami "Cabalando", a Carlos Paz, e dopo, quando lessi il suo libro Uno y el universo, che mi affascinò, non pensavo che sarebbe stato lei, che possedeva quello che per me era la cosa più sacra al mondo, il titolo di scrittore, a chiedermi, col passare del tempo una definizione, un impegno di rincontro, come lei lo definisce, in base ad un’autorità accreditatami per alcun fatti e moti fenomeni soggettivi. Faccio questa premessa solo per ricordarle che appartengo, malgrado tutto, alla terra dove sono nato e che sono ancora capace di sentire profondamente tutta la sua allegria, la mancanza di speranza e anche le sue delusioni. Sarebbe difficile spiegarle perché "questo" non sia una "Rivoluzione Liberatrice"; dovrei forse dirle che avevo visto le virgolette nelle parole che lei denuncia, fin dal momento in cui apparvero e che identificai quella formula con quanto era accaduto in Guatemala che avevo appena abbandonato, vinto e quasi disilluso. Come me, erano tutti quelli che avevano preso parte a quell’incredibile avventura e che avevano approfondito il loro spirito rivoluzionario a contatto con le masse contadine, in una profonda interralazione, durante due anni di lotta crudele e di risultati veramente grandi. Non potevamo noi essere per la "liberatrice" perché non eravamo parte di un esercito plutocratico, ma eravamo un nuovo esercito popolare, sollevatosi in armi per distruggere il vecchio; e non potevamo noi essere per la "liberatrice" perché la nostra bandiera di combattimento non era una vacca, ma un filo di ferro di recinzione latifondiaria, spezzato da un trattore, come è oggi l’insegna del nostro INRA (Istituto Nazionale per la Riforma Agraria). Non potevamo essere per la "liberatrice" perché le nostre servette piansero di gioia il giorno in cui fuggì Batista e noi entrammo all’Avana; e oggi si continuano a fornire i dati su tutte le manifestazioni e le ingenue cospirazioni della gente del "Country Club" che è la stessa gente del "Country Club" che lei ha conosciuto lì, e che a volte sono stati suoi compagni di odio contro il peronismo. Qui la formula di sottomissione degli intellettuali ha assunto un aspetto molto meno sottile che in Argentina. Qui gli intellettuali erano schiavi sul serio, senza mascherature di indifferenza, come da voi, e ancora meno mascherature di intelligenza; era una schiavitù elementare posta al servizio di una causa obbrobriosa, senza complicazioni: mormoravano, semplicemente. Ma tutto questo non è nient’altro che letteratura. Rinviare il discorso, come lei ha fatto con me, a un libro sull’ideologia cubana, significa rinviarlo di un anno; oggi le posso solo mostrare, come un tentativo di teorizzazione di questa rivoluzione, forse il primo serio tentativo, ma essenzialmente pratico, come sono tutte le azioni di noi empirici incalliti, questo libro sulla Guerra di Guerriglia. E’ una quasi una dimostrazione puerile del fatto che so mettere le parole una dietro l’altra; non ha la pretesa di spiegare i grandi avvenimenti che la inquietano e forse non li potrebbe spiegare nemmeno questo secondo libro che penso di pubblicare, se le circostanze nazionali e internazionali non mi obbligano nuovamente ad imbracciare un fucile (un compito che disdegno come uomo di governo ma che mi entusiasma come uomo assettato di avventura). Anticipandole quanto potrà venire o non (il libro), posso dirle, cercando di sintetizzare, che questa rivoluzione è la più genuina creazione dell’improvvisazione. Nella Sierra Maestra, un dirigente comunista che era venuto a farci visita, ammirato di tanta improvvisazione e di come si inserissero tutte le attività, che funzionavano per conto proprio, in un’organizzazione centrale, aveva detto che era il caos più perfettamente organizzato dell’universo. E questa rivoluzione è così perché ha camminato più rapidamente della propria precedente ideologia. In fin dei conti, Fidel Castro era un aspirante a un partito borghese, tanto borghese e tanto rispettabile come potrebbe essere il partito radicale in Argentina, che seguiva le orme di un leader scomparso, Eduardo Chivás, con caratteristiche simile a quelle che possiamo ritrovare nello stesso Irigoyen; e noi, che lo seguivamo, eravamo un gruppo di uomini con poca preparazione politica, dotati solo di una buona dose di volontà e un innato senso dell’onore. Così venivamo a gridare. "Nell’anno ‘56 saremo eroi o martiri". Poco prima avevamo gridato, o meglio, aveva gridato Fidel: "Vergogna contro denaro". Sintetizzavamo in frasi semplici il nostro atteggiamento, anch’esso semplice. La guerra ci rivoluzionò. Non c’è esperienza più profonda per un rivoluzionario dell’atto della guerra; non il gesto isolato di uccidere, o di imbracciare il fucile o di condurre una lotta di questo o quel tipo; è invece la globalità del fatto di guerra, sapere che un uomo armato vale come unità combattente, e vale come qualsiasi uomo armato, e può non temere altri uomini armati. Andare a spiegare, noi dirigenti, ai contadini indifesi come potevano prendere un fucile e dimostrare a quei soldati che un contadino armato valeva tanto come il migliore di loro; e imparare anche come la forza di uno solo non vale niente se non è circondata dalla forza di tutti; allo stesso tempo imparare come le parole d’ordine rivoluzionarie devono rispondere alle aspirazioni più sentite dal popolo, e imparare a conoscere del popolo le sue aspirazioni più profonde, e convertili in bandiere di agitazione politica. E’ questo che abbiamo fatto tutti noi e abbiamo compreso che l’ansia del contadino per la terra era il più forte stimolo alla lotta che si poteva trovare a Cuba. Fidel comprese molte altre cose; si sviluppò nello straordinario dirigente di uomini e donne, quale è oggi, e nelle gigantesca forza agglutinante del nostro popolo. Perché Fidel, al di sopra di tutto, è l’elemento agglutinante per eccellenza, il dirigente indiscusso che sopprime tutte le divergenze e le distrugge con la propria disapprovazione. Utilizzato molte volte, sfidato altre, per denaro o ambizione, è sempre temuto dai suoi avversari. Così è nata questa rivoluzione. così si sono create le sue parole d’ordine e così, poco a poco, si è cominciato a teorizzare sui fatti per creare un’ideologia che veniva alla coda degli avvenimenti. Quando lanciammo la nostra Legge di Riforma Agraria nella Sierra Maestra, era già da tempo che si erano fatte delle ripartizioni della terra nella stessa zona. Dopo aver compreso nella pratica una serie di fattori, abbiamo reso nota la nostra prima timida legge, che non metteva in discussione il punto fondamentale, come la soppressione del latifondo. Non sembravamo troppo cattivi per la stampa continentale per due motivi: la prima, perché Fidel era uno straordinario politico che non hai mai mostrato le sue intenzioni oltre un certo limite e ha saputo conquistarsi l’ammirazione di giornalisti di grandi giornali che simpatizzavano con lui e utilizzavano la strada facile della cronaca di tipo sensazionale; l’altra, semplicemente perché gli statunitensi che sono i grandi ideatori di test e di livelle per misurarlo tutto, applicarono una delle loro livelle, tirarono fuori le loro conclusioni e le incasellarono. Secondo le loro tabelle di riferimento, dove si diceva: "Nazionalizzeremo i servizi pubblici", si doveva intendere:"Eviteremo che questo succeda se riceviamo un ragionevole appoggio"; dove si diceva "liquideremo il latifondo", si doveva intendere: "Utilizzeremo il latifondo come una buona base per raccogliere soldi per la nostra campagna politica o per la nostra tasca personale", e cosi via. Non gli passò mai per la testa che quello che Fidel Castro e il nostro Movimento dicevamo, in modo tanto ingenuo e drastico, fosse esattamente quello che pensavamo di fare; abbiamo predisposto per loro la più grande truffa di questo mezzo secolo, dicevamo la verità mentre davamo l’impressione di tergiversarla. Eisenhower dice che abbiamo tradito i nostri principi, ed in parte è vero, secondo il suo punto di vista; abbiamo tradito l’immagine che loro si erano fatta di noi, come nel racconto del pastorello bugiardo, ma al contrario, e neanche noi siamo stati creduti. Così ora stiamo usando un linguaggio che è anch’esso nuovo, perché continuiamo a camminare molto più rapidamente di quanto non riusciamo a pensare e a strutturare il nostro pensiero; siamo in continuo movimento e la teoria avanza molto lentamente, tanto lentamente, che dopo aver scritto nei pochi stralci di tempo questo manuale che le mando, mi sono reso conto che per Cuba quasi non serve; per il nostro paese, invece, può servire, solo che bisogna usarlo con intelligenza, senza fretta e travisamenti; quando sarà stato pubblicato, tutti penseranno che è un’opera scritta molti anni fa. Mentre si vanno acutizzando le situazioni esterne e la tensione internazionale aumenta, la nostra rivoluzione, per necessità di sopravvivenza, deve acutizzarsi, e ogni volta che si acutizza la rivoluzione, aumenta la tensione e questa si deve acutizzare ulteriormente, come un circolo vizioso che sembra doversi restringere ogni volta di più fino a rompersi; vedremo allora come uscire dal pantano. Quello che posso assicurarle però è che questo popolo è forte, perché ha lottato e ha vinto e conosce il valore della vittoria; conosce il valore dei colpi e delle bombe e anche il sapore dell’oppressione, Saprà lottare con una fermezza esemplare. Allo stesso tempo le assicuro che per quel giorno, anche se io sto facendo dei timidi tentativi in tal senso, avremo teorizzato molto poco e dovremo risolvere i problemi con l’agilità di cui ci ha dotati la vita di guerriglia. So che quel giorno la sua arma di intellettuale onesto sparerà in direzione del nemico, e che possiamo averla là, presente e in lotta al nostro fianco. Questa lettera è stata più lunga e non è priva di quella piccola quantità di posa che alla gente semplice come noi impone senza dubbio, il fatto di voler dimostrare davanti a un pensatore che siamo anche quello che non siamo: pensatori. Ad ogni modo sono a sua disposizione.

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Ernesto Che Guevara _El pètalo mas profundo del amor

11 Dicembre 2007 30 commenti

Ernesto Che Guevara “Per Amore del Che “

4 Ottobre 2007 37 commenti

Una rosa rossa per il Che…una rosa rossa per l’esempio d’uomo più nobile d’animo che il mondo abbia mai conosciuto..che sia esempio il suo che appartenga a ognuno di noi , sognava l’uomo nuovo,  la sua  libertà ,  sognava che  tutti noi  comprendessimo fino alle ossa il  vero significato del vivere la vita, al di là del materiale , al di là dell’egoismo proprio , ..perché lui ci ha insegnato quanto grande può essere l’amore  verso il prossimo..
 Nella sua grandezza esplode l’essenza  più pura e pulita dell’essere umano ,la sua essenza che si trasforma  in  piccola sfera di colore e verità, in nota , vibra nell’aria ed arriva a toccare il cuore di ognuno di noi.

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Ernesto Che Guevara _El pètalo mas profundo del amor

2 Aprile 2007 3 commenti
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Omaggio a Ernesto Guevara_Discorso Ernesto Sàbato_

26 Marzo 2007 19 commenti

Tratto dal libro : "Scritti politici e privati di Che Guevara" Con un intervento di Ernesto Sàbato (Sopra riportato) Prefazione Saverio Tutino Editori Riuniti -Testimonianze