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Archivio Novembre 2007

Più rispetto per Cuba dalle sinistre europee

3 Novembre 2007 48 commenti


 

Più rispetto per Cuba dalle sinistre europee

di Gianni Minà, www.giannimina.it

Nell’agosto del ’99, su "L’Unità", uscì un lungo reportage a puntate di Francois Maspero su Cuba e mi colpì la sua incapacità di trovare anche un solo lato positivo nella vita dell’isola di Castro oggi. Un vero record.Un pessimismo da guinnes dei primati che non solo ignora la realtà dell’America Latina, la parte del mondo di cui Cuba fa parte, ma che ha tutta l’aria di sembrare l’utopia infranta dell’ex simpatizzante comunista che voleva dalla revolución quello che nessuna nazione del continente che ha scelto il capitalismo e il libero mercato e non il socialismo, ha raggiunto il sogno di sperare.

Ma Cuba, malgrado l’embargo o la strategia della tensione con la quale gli Stati Uniti da quarant’anni tengono in ostaggio la vita dell’isola, o il crollo del comunismo sovietico e dei paesi del Comecon, doveva per forza farcela a realizzare tutti i sogni di quella che fu la sinistra europea, pena il disprezzo che ora traspare negli articoli di intellettuali come Maspero. Cuba viene giudicata non per ciò che ha raggiunto (educazione, sanità, organizzazione sociale, cultura, sport), ma per quello che ha fallito (qualità della vita, compiuta democrazia o compiuta libertà). E questo giudizio non cambia nemmeno se, per esempio, l’uragano Mitch cancella intere parti di nazioni del Centro America come Honduras, Nicaragua, Guatemala, Salvador, e Cuba invia mille medici e crea immediatamente una scuola di medicina latinoamericana per trasformare, in tre anni, mille giovani di quei paesi martoriati in medici di pronto intervento o in personale paramedico assolutamente inesistenti o inadeguati nella realtà del Centro America.

E l’atteggiamento non cambia nemmeno se per esempio il Brasile e il Messico, colossi del continente, miseramente non riescono a raggiungere, per la maggior parte dei cittadini, nemmeno le minime conquiste di Cuba.

Maspero però non s’indigna: né pensando agli assassinii continui dei "sintierra" nel Nord-Est brasiliano, né se si viene a sapere che la City Bank, il secondo istituto di credito degli Stati Uniti, ha riciclato cento milioni di narcodollari di Raul Salinas, condannato a cinquant’anni come mandante di assassini politici, fratello dell’ex presidente messicano (ora esule in Italia) ma fino a cinque anni fa indicato come il simbolo della nuova strategia neoliberale che avrebbe fatto decollare l’America Latina, apparire vecchio Fidel Castro e superata la rivoluzione cubana.

E’ talmente estrema la critica insita nei reportage di Maspero che mi è venuto da pensare ad una battuta tranciante di Manuel Vazquez Montalban, quando all’Avana, durante la visita del Papa alla fine del gennaio ’98, increduli guardavamo al centro stampa dell’hotel Habana Libre, i servizi tv che, in bassa frequenza, alcuni inviati di molti network europei trasmettevano: "Quando si parla di Cuba prevale ancora e sempre l’invincibile sguardo del colonizzatore".

Molti erano servizi fuori da ogni realtà, grottescamente ignari di quello che l’incontro fra il Papa e Fidel significasse o avrebbe prodotto, ma tesi solo ad affermare la verità che avevano in tasca quando quei colleghi erano sbarcati a Cuba. E cioè l’immagine di una rivoluzione ormai alla fine della sua storia rappresentata solo da jineteras (ragazze facili), mercato nero, salari da fame ed integralismo ideologico.

"D’altronde – aveva aggiunto Montalban – non c’è da stupirsi. La mercanzia cubana che vende è quella anticastrista e raccontare come poi andranno veramente le cose con la Chiesa (ndr. e sono andate) non interessa non fa vendere e non fa audience".

Non so se Montalban, che ha scritto recentemente un profondo libro sulla sua esperienza a Cuba, sia stato troppo beffardo con chi informava sull’isola di Castro venendo dall’Europa, ma certo è stato per me abbastanza deludente vedere ora anche Maspero, per il famoso "Le Monde" (e in questo caso anche per "l’Unità"), affrontare l’interpretazione della realtà cubana non solo con le solite dimenticanze, omissioni, ipocrisie con cui Cuba, da quarant’anni è giudicata dalla destra, ma anche con tutte le contraddizioni, le ambiguità, la confusione di tanti settori della cosiddetta nuova sinistra.

Maspero fa, infatti, la cronaca dei disagi affrontati per condividere e raccontare la quotidianità della vita di un cubano con lo stesso fastidio con il quale, in una qualunque città francese governata magari dalla sinistra affronterebbe la giornata se, uscendo di casa, si imbattesse contemporaneamente nello sciopero della metropolitana e di ogni trasporto pubblico, in una penuria di taxi e nell’assenza di prodotti nei negozi alimentari perché le derrate non sono arrivate. Una disorganizzazione e una penuria "inaccettabili".

Nelle cronache di Maspero, ad esempio, aleggia solo di sfuggita e nella sesta puntata, che quella società precaria che sta giudicando è oggetto da quarant’anni del più infame e ingiustificato embargo che la storia moderna abbia registrato. E se per caso Maspero ha voluto ignorare questo "insignificante dettaglio" perché convinto dalle tesi costruite a Miami secondo cui l’embargo ha favorito e favorisce le cervellotiche politiche economiche di Fidel Castro, gli consiglierei di andare, per esempio, all’ospedale Wiliam Soler dell’Avana e di incontrare la dottoressa Aleida Guevara , pediatra, figlia di quello che una volta anche per gli intellettuali di "Le Monde" era il leggendario Che.

La dottoressa Guevara gli racconterebbe come, negli ultimi tre anni, nel reparto di cardiochirurgia infantile dell’ospedale, uno dei più stimati in America Latina, abbiano dovuto ridurre gli interventi del 50% perché la ditta che forniva i cateteri necessari nelle operazioni, essendo stata comprata da una multinazionale degli Stati Uniti, si è rifiutata di continuare a vendere all’ospedale questi strumenti fondamentali per gli interventi e per la circolazione extracorporea.

Se il mondo moderno non avesse ceduto all’ipocrisia e all’opportunismo, questa realtà dovrebbe essere denunciata come un attentato ai diritti umani di portata enormemente più inquietante di qualunque processo intentato dalla rivoluzione a dissidenti veri o presunti.

Ma Maspero, evidentemente, non ha sentito il bisogno di andare per ospedali, per scuole, per centri culturali e sportivi e non ha sentito il bisogno di fare confronti con le altre nazioni del continente. Se lo avesse fatto avrebbe scoperto, per esempio, che la donna che vende sementi nell’androne dove lui ha affittato la camera e la gente che aspetta i mezzi che non arrivano o l’operaio con i cento miseri pesos di stipendio, o il bambino con l’uniforme scolastica che gli va stretta e che gli chiede "almeno un piccolo pezzo di sapone" sono, drammaticamente, dei privilegiati in un continente dove le politiche economiche volute dalle nazioni forti, di cui l’Italia è parte, o i modelli di sviluppo imposti dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale (e che ora piacciono anche alla sinistra) annichiliscono milioni di esseri umani come a nessun socialismo riesce più.

Non ho l’autorevolezza per sostenere, come fece il Papa in un’intervista a Jan Gawronski, che per una più equa fruizione delle ricchezze del mondo bisognerebbe recuperare il meglio del "marxismo", ma da antico viaggiatore del continente latinoamericano mi azzardo ad invitare la sinistra italiana ed europea a prendere atto che in continenti come l’America Latina e l’Africa il capitalismo e la sua forma più estrema, il neoliberismo, hanno fallito più tragicamente di quanto il comunismo non abbia saputo fare nell’Est europeo.

E ha compiuto questa impresa escludendo dalla vita masse enormi di umanità, continuando a reprimere come per fortuna dall’89 nemmeno il comunismo più ottuso può fare ed escludendo fasce sempre più ampie di popoli da ogni speranza di riscatto.

Che significato ha, allora, continuare a raccontare l’asserito tramonto di Cuba se non si ha il coraggio di andare a vedere le Villas Miserias di Caracas in Venezuela o l’insediamento di Chalco, a Città del Messico, dove cinque milioni di persone, in meno di dieci anni, si sono asserragliare in un agglomerato umano che non ha servizi igienici, strade, ruba la luce dagli impianti militari dell’alta tensione e se Maspero volesse visitarli, come io ho provato a farlo con un’auto noleggiata, rischiando la propria incolumità, magari per opera dello stesso taxista con targa pubblica da lui scelto per il viaggio. E non è onesto intellettualmente raccontare di un bimbo che ti chiede il sapone se non si ricorda che Cuba è un’isola anomala in un continente ferito da venti milioni di bambini randagi, dodici solo in Brasile (che pure è il sesto paese produttore di alimenti nel mondo). Molti di questi bimbi in Brasile, in Messico, nel Centro America normalmente con un coltello o un’arma da fuoco in mano non ti chiedono del sapone ma "tutto quello che hai indosso". Questi bimbi interi o a pezzi (per il traffico d’organi) sono venduti ogni giorno nelle strade dell’America Latina nel più infame mercato che il Nord del mondo pratica con il Sud o vengono uccisi a sangue freddo da poliziotti che fanno un secondo lavoro, quello dei giustizieri, pagati dai commercianti stanchi delle ruberie di quest’infanzia.

Cuba queste infamie, per ora, se le è evitate. Ha la media di vita più alta del continente (oltre 70 anni) e la più bassa mortalità infantile (9 per mille) prima del terzo anno di vita. Come la Svezia e più del distretto di Columbia dove c’è Washington, la capitale degli Stati Uniti. "Come faccio a parlare di diritti umani a Cuba – ha detto una volta Frei Betto, teologo della Liberazione – quando in America Latina milioni di persone non hanno conquistato ancora i diritti animali, quelli di avere un tetto, uno straccio per riparasi dalla pioggia e dal sole, il cibo tutti i giorni da dare ai propri figli e ai più deboli?".

All’uscita dell’aeroporto dell’Avana c’è un cartello che ha letto anche il Papa: "Oggi duecento milioni di bambini nel mondo dormono per strada, nessuno è cubano". È propaganda politica, ma è un dato inconfutabile.

Maspero, attraversando Cuba si è mai chiesto perché?
Se lo farà e troverà una risposta forse anche altri esponenti della sinistra europea, ora a disagio, incominceranno a guardare Cuba e i suoi limiti, o altri problemi irrisolti del mondo non confondendo il proprio sguardo con quello di chi, con la disuguale distribuzione della ricchezza del pianeta o le tremende leggi del mercato, ha sancito l’esclusione della maggior parte dell’umanità e pretende però di dare lezioni di democrazia, libertà ed etica.
Gli orrori del capitalismo continuano, non sono finiti come quelli del comunismo nell’89.
Forse è arrivato il momento per la sinistra, liberata dall’ideologia, di vincere l’ipocrisia e di non dover cercare per forza l’approvazione di chi non ha la credibilità per farlo.

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